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Matteo Gesualdo |
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A proposito della «Biennale d'arte romagnola» 1999 (e di molti milioni spesi molto male) Le mie parole nascono da un sentimento e da una passione estremamente radicati, estremamente chiari nella volontà che esprimono, che è quella di reagire al desolante, se non addirittura mortificante spirito di negatività che ha informato l’ arte e la cultura durante gli ultimi anni di questa discutibile contemporaneità. Il disagio che, personalmente, avverto quando prendo atto delle condizioni in cui versa la cultura artistica e letteraria odierna, deriva innanzitutto dal dilagante qualunquismo che inquina il tramonto del secondo millennio, e soprattutto dall’invasione del cosiddetto “mercato” da parte di una estenuante sequela di astrusità prodotte da quella che viene comunemente fatta passare per “arte contemporanea”; io preferisco ancora chiamarla col suo vecchio, meritatissimo nome di battesimo: Sterilità. Non c’è dubbio che il danno più grave causato all’arte da un crescente impoverimento in termini di emozioni e di “umanità”, sia proprio la progressiva perdita di contatto e di dialogo con quell’autentica miniera d’oro che è la Tradizione, con quella inesauribile fonte di ricchezza espressiva che è il Passato. Molti si sono gettati nel fuoco nel nome del “nuovo”, hanno creduto e fatto credere di essere pieni di chissà quale ardimento, portatori di chissà quale “rivoluzione”; ma il “nuovo”, quando è fine a se stesso, quando non è radicato in un terreno preesistente, quando viene usato per mascherare una mediocrità ipertrofica, finisce per essere il ricettacolo della stupidità. Siamo arrivati al punto di far salire in cattedra l’orrido, il disgustoso, la più genuina e disdicevole immondizia. Di fronte a questo triste, penoso spettacolo di glorificazione del nulla, e contro il vuoto imperante di meccanismi che ci privano della nostra identità e dignità di spettatori, di persone vere e vive, di uomini che amano e desiderano pensare, non si può far altro che auspicare l’avvento di una sorta di Neorinascimento in grado di restituirci la gioia, il piacere di vedere e di possedere l’arte. Io, per esempio, non vedo l’ora che rinasca un’estetica. Un’estetica forte, un’estetica ordinata e propositiva, che faccia piazza pulita di questa insostenibile “pattumiera contemporanea”, in virtù della quale può dirsi artista o pittore o poeta o critico anche il più squallido dei mentecatti. Non vedo l’ora che gli artisti tornino ad essere pochi ma buoni, pochissimi ma ottimi, che tornino ad essere universali, che sappiano indicare una via verso la Luce, una salvezza. Non mi interessa il “nuovo”: mi interessa l’Eterno. Un ritorno alle origini, il ripristino di un dialogo serrato e di un confronto aperto con i classici di ogni tempo è, al momento, la sola vera modernità possibile. Prima di poter tornare a guardare avanti è necessario uscire da questa confusione demente, «deviante», come direbbe il buon Gaber, uscire da questo stato ipnotico e di paralisi in cui ci hanno gettato gli eredi, peraltro indegni, del Futurismo e del Dadaismo. E’ necessario capire che, nella cultura di oggi, la Tradizione è la più rivoluzionaria delle correnti. Non a caso il padre di un mio amico, che insegna musica nell’era di Berio e Stockhausen, quando compone, compone musica sacra per coro polifonico e dice, giustamente: «L’avanguardia sono io.» Questa si che è temerarietà. Dire qualcosa di nuovo là dove già molti hanno parlato, dire qualcosa di buono là dove hanno parlato i migliori: questa soltanto è arte. Di tutto il resto, di tutta quell’accozzaglia di cianfrusaglie che circola in seno alle più “aggiornate” gallerie d’arte e al mercato editoriale in genere, possiamo tranquillamente fare a meno. Possiamo fare a meno di ciò che viene spacciato per “creazione” quando è, invece, soltanto il frutto di automatismi che nulla hanno a che vedere con la creatività, con la mediazione del cuore e della mente, e soprattutto con quella «necessità» di cui parlava Rilke nelle sue lettere al giovane Kappus. Dico questo perché sono convinto che l’urgenza di rifondare un’estetica chiara e rigorosa coincida, ora come non mai, con l’urgenza di sanare un’etica allo sfascio, o addirittura di ricreare princìpi morali e umani laddove questi sono venuti a mancare. Lo stesso Magritte sosteneva che la pittura e la poesia possono cambiare il mondo. Umanizzarlo, evidentemente. Niente di più vero. A patto che si abbia il buon senso di ripudiare l’inequivocabile, volgare bruttezza che ci circonda, e che si tenti un recupero, una riscoperta, appunto, di quelle cose e di quelle opere che portano in sé un’inconfondibile Grazia. Io ho la fortuna di essere qui a ricordarlo, ho potuto approfittare di questa splendida occasione per dire la mia. Ma, se affermo che l’Estetica del Brutto con tutto il suo delirio “informale” e “concettuale” non ha proprio più alcuna ragione d’essere (se non, per assurdo, quella di far capire meglio e più rapidamente da che parte si preferisce stare), se affermo che è giunto il momento di piantarla con questi artistucoli di mezza tacca che sanno soltanto piangersi addosso, che non dicono nulla, che non pensano nulla, che non hanno mai esercitato né appreso l’arte dell’umiltà e che, quindi, sono d’ostacolo a una comune crescita spirituale, sono sicuro di esprimere un’opinione largamente condivisa, forse molto più di quanto non facciano sospettare questi tempi oscuri, così avari di bellezza, così colpevoli della solitudine in cui è rinchiuso ciascuno di noi. In fondo, gli «urlatori di senso», per citare Pennac, sono sempre, più o meno, gli stessi, sono quelli che, molto probabilmente, abbiamo già letto, ascoltato, osservato. Non ci sarà difficile riconoscerli. Per quanto mi riguarda, è da mesi che leggo soltanto i sonetti di Shakespeare, e mi accorgo che il mondo, là fuori, con la sua presuntuosa attualità, con i suoi asfissianti aggiornamenti, è già diventato miseramente vecchio, avvizzito. La mancanza di un senso lo annienta, lo castiga. Per forza: c’è più senso in una sola delle tele di Renoir. Una qualsiasi. C’è più vita, più dolcezza, più “domani”. Se mi soffermo a lungo di fronte a “Le Moulin de la Galette”, oppure di fronte a “La balançoire” (l’altalena), cado in contemplazione, scopro che nulla dà più godimento di una paralisi da bellezza. D'altronde, ho impiegato trent’anni per capire che tutto ciò che cercavo, tutto ciò per cui annaspavo tra i marosi della quotidianità era fermo lì, immobile, in una tela. La frequentazione dell’arte, specie all’interno di una società che vive di fantocci, di finzioni, di ipocrisie, dovrebbe avere tutte le carte in regola per essere considerata, da chi ha imparato ad amarla (anche attraverso il dolore e il sacrificio), il divertimento supremo, l’unica gioia superstite, incorrotta. Ma finché nella mia città continueranno ad apparire pubblicamente spettacoli spudorati e osceni come l’edizione 1999 della «Biennale d’Arte Romagnola», un vero e proprio campionario di scandalose mostruosità (salvo, forse, due o tre eccezioni piuttosto modeste al piano superiore della rassegna) profumatamente sovvenzionate da fior fiore di amministrazioni comunali, provinciali e regionali, finché continueranno ad apparire spettacoli indegni persino di essere presi in considerazione dal più volgare degli analfabeti, io non avrò pace e la mia coscienza di cittadino, la mia sensibilità artistica e la mia umanità continueranno a sentirsi ferite a morte. Credetemi: tutta la Biennale messa insieme non vale una soffiata di naso di Tamara de Lempicka. È una sfrontata, plateale, turpe, costosissima pagliacciata i cui distinti elementi sembrano stare appesi al muro appositamente per essere vomitati addosso ai visitatori, proprio come se fossero il ricavato gastrico di un esorcismo. Io voglio esortare chiunque sappia ancora provare emozioni profonde di fronte alla sensualità, alla dolcezza, alla sconvolgente potenza espressiva della grande pittura, dell’arte appartenuta soltanto alle mani di maestri inequivocabili, ad insorgere contro le manifestazioni sempre più frequenti e invadenti della miseria di un’«arte contemporanea» che continua a vivere in avanzato stato di decomposizione, che puzza di marcio, che odia il suo pubblico a tal punto da sottoporlo a torture visive atroci. Bisogna avere e dimostrare il sacrosanto coraggio di chiamare le cose con il loro nome, bisogna smascherare la viltà e l’ipocrisia di queste lobby di pseudoartisti con tanto di critici e di giurie conniventi al séguito, e non avere paura di affermare, all’occorrenza, che, secondo una elementare quanto eloquente formula tautologica, ciò che fa schifo fa schifo, e lo fa senza remissione. Rendiamoci conto che, a questa edizione della Biennale, partecipano “personaggi” (potete leggere i loro nomi sulle pareti della Galleria Comunale riconoscendoli all’istante) che non hanno la minima nozione pittorica del colore, che non sanno tenere il pennello in mano e che, Dio mio, non sanno neppure firmarsi! Ma non è colpa loro: glielo ha insegnato l’Accademia, glielo ha insegnato l’accademismo contemporaneo. Non sanno disegnare, non saprebbero realizzare un ritratto neppure sotto tortura: i più credono di poter fare arte usando escrementi. I loro prodotti sono tutti così stantii, così largamente prevedibili, scontati, stereotipati e ripetitivi, e così mortalmente noiosi, da far credere che non esista più un’arte dignitosamente concettuale, ma soltanto un’arte decerebrata, da far desiderare che Dio in persona mozzi la lingua a coloro che, dal basso della loro ridicola pochezza, dal purgatorio della loro inettitudine, hanno etichettato la pittura figurativa, la pittura tradizionale, studiata, pensata, sofferta, come un episodio ormai superato della storia dell’arte e della storia tout court. Rainer Maria Rilke risponderebbe: «Siate un giorno soltanto non moderni, e vedrete quanta eternità avete in voi.» Ai margini di questa realtà fatta di baci e abbracci tra raccomandati e istituzioni di dubbia eminenza, esistono e sopravvivono pittori con i “cosiddetti”, dotati di attributi davvero enormi, artisti misconosciuti che hanno nel sangue l’eredità vivificante dei maestri di un Passato concretamente immortale, la cui inesauribile attualità si deve a una superiorità non tanto storica quanto ontologica, una superiorità schiacciante che la storia stessa, la storia del prossimo secolo, non potrà non amplificare, non potrà non suffragare. Certa odierna barbarie asserisce che la bellezza, artisticamente parlando, è un concetto superato. Ma la bellezza, artisticamente parlando, appunto, non è affatto un concetto: la bellezza è forma vitale. Persino l’astrazione più estrema, persino il pensiero più sfuggente ed etereo esistono e sussistono alla condizione di essere una forma. “Forma” è la manifestazione stessa dell’essere, per questo potremmo dire che la Bellezza è la manifestazione dell’essere-sublime al massimo grado di oggettività. Un obiettivo troppo difficile da perseguire, troppo impegnativo, gravoso, troppo rischioso per chi non sa fare di meglio che sventolare la bandiera di un’evasività che maschera malamente l’angoscia, il vuoto incolmabile, abissale, di una mortificante e quasi solenne impotenza creativa. Ma l’aspetto più inquietante di tutta la faccenda è costituito non dal fatto che un popolo di inetti (quello delle biennali, delle triennali, delle quadriennali) si creda un popolo di artisti, bensì dal fatto che un popolo di inetti venga legittimato dall’esterno (a suon di milioni di lire) nel credersi un popolo di artisti con utilità morale e sociale incorporata. Vi prego, fate un giro alla Biennale, se non l’avete già visitata, e chiedetevi: all’interno di una società veramente civile, la presenza di opere d’arte che si fondino sulla ricerca della Bellezza non è forse di gran lunga preferibile alla presenza di oggetti che sono il risultato di una masturbazione mentale reiterata e peraltro malriuscita, probabilmente perché interrotta sul più bello? Fateci un giro, se non altro per toccare con mano l’inguaribile tristezza, se non proprio di tutti, almeno di tanti piccoli e patetici “nulla” lobotomici, brutti e rinsecchiti come cadaveri in un sepolcro, morti d’un grigiore talmente evidente e pesante da contaminare persino le ben poche tracce di colore presenti, sempre nude, fredde, frigide, sempre rigide e secche come gli schiaffi lanciati dalle mani di un paralitico.
(Cesena, aprile ’99)
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