Matteo Gesualdo

 

"Il Guardiano del Faro"

ri-scoperte artistiche, sacralità laica, percorsi di non modernità

 

- Presentazione e giustificazione -

 

«Siate un giorno soltanto non-moderni, e vedrete quanta eternità avete in voi.»

 

Questa citazione da R. M. Rilke, estrapolata dal Diario Fiorentino, mi venne fatta conoscere qualche anno fa da un amico grazie al quale il mio bagaglio di informazioni in merito a preziosità letterarie è sempre stato ricco ed estremamente godibile. Gli sono debitore di grandi progressi nella gestione del mio rapporto con la vita reale, quotidiana, con gli aspetti più precari della mia personalità, e riconosco che certe mie prese di coscienza, certi elementi di forza su cui ho potuto fare affidamento in tempi recenti, provengono in larga misura dai canali di scambio che si sono venuti a formare in seno all’amicizia con lui.

In questa sede vorrei riproporre la citazione rilkiana e farne un laconico, vero e proprio “manifesto” attorno al quale possano stringersi tutti coloro che, almeno per una volta, si siano sentiti a disagio, profondamente a disagio (eventualità tutt’altro che scontata, al contrario di un rassicurante e accomodante adattamento), di fronte all’isteria e all’ipertrofia degenerativa della civiltà contemporanea, si siano sentiti fuori luogo, o fuori tempo, nell’accettare loro malgrado le regole di una modernità obbligatoria che parla alla perfezione il linguaggio convulso e metallico dei tecnocrati e dei mercati finanziari, ma che si dimostra ebete e analfabeta quando si tratta di pronunciare placide, calde, avvolgenti parole quali “senso”e “mistero”.

Sono convinto che Rilke, invitando a un atteggiamento di non-modernità, non si riferisse necessariamente a una anti-modernità; il presupposto da cui stiamo partendo, lo stesso da cui sta prendendo corpo questo spazio di riflessione dedicato al pensiero e al progetto di una dimensione di proficua non-modernità, non è tanto il rifiuto aprioristico di un’epoca o di un particolare contesto storico-culturale (per quanto giustificabile), bensì la riappropriazione consapevole di un’esigenza primordiale, universale, assoluta, che accomuna uomini di ogni epoca e contesto storico, allo stesso modo in cui si rivela nelle cose, negli oggetti, forse persino nei fantasmi, nelle stelle, in ogni ente ontologicamente dato: tutto e tutti recitano costantemente il medesimo “muto” mantra: «Voglio AVERE SENSO».

Siamo all’apice della complessità dialettica, al centro e nel pieno di un mistero totale, ma siamo anche al nudo e crudo della nostra esistenza. Il viaggio verso il “senso dell’essere” che ci accingiamo a intraprendere, così come ci è dato di affrontarlo e gestirlo, è una attraversata a ritroso, un rientro al porto, un ritorno a casa, dove ci aspetta la nostra identità, la nostra dimenticata interiorità, come una Penelope in paziente attesa, come una Bella Addormentata tenuta in scacco da un maleficio.

Un sostanziale predominio degli impulsi creativi su quelli possessivi, ad esempio, secondo l’intramontabile formula dettata da Bertrand Russell, costituirebbe il massimo grado di emancipazione dal mondo esterno e dalle sue oppressive sollecitazioni per chiunque volesse imporsi di non accettare passivamente la condanna a un’esistenza svuotata del suo più legittimo significato, appesa al cappio di ritmi di lavoro bestiali, sbranata dalle fauci di un’Economia Mondiale Infernale sempre più ripugnante e tricefala.      

L’aver progressivamente sacrificato l’interiorità umana e quasi tutta la dimensione spirituale dell’individuo a una sorta di delirio d’onnipresenza, di assuefazione alla virtualità, ha provocato l’esplosione di malesseri che ci si ostina a contrastare ingaggiando sterili battaglie su terreni che sono loro totalmente estranei: quello sociale, quello economico, quello politico, sempre più globalizzati, sempre più globalizzanti. Ma la possibilità di costruire una vittoria sui demoni partoriti dal ventesimo secolo sta in una direzione radicalmente opposta, su di un piano dell’esistenza che si trova agli antipodi, e che aumenta, rafforza, potenzia il senso stesso di un agire rivolto al recupero di significati altrettanto profondi, ma caduti in un persistente, pericoloso oblio, creduti superati da una condizione di “progresso” che ci ha visti, invece, regredire tristemente sino alla disgregazione, alla frantumazione di una cultura vivente.

E’ sintomatico che proprio la civiltà dell’informatizzazione globale, proprio la civiltà delle ipertelecomunicazioni abbia perso di vista il valore, la misura, la nozione stessa del comunicare. Se osserviamo a debita distanza questa incommensurabile giungla di telefoni cellulari, di satelliti, di schermi, di elettromagnetismi che supportano e trasportano intere galassie di parole, di segni, di simboli, scopriamo (memori della potenza espressiva dei greci, sensibili alle suggestioni e alle dolcezze del miracolo impressionista, votati al tenero, favoloso linguaggio degli uccelli canori) che l’iperattività pseudocomunicativa della società moderna nasconde, peraltro ormai malamente, il vuoto incolmabile e abissale di una voce pacata ma vera, l’angoscia di una mortificante impotenza verbale e creativa, l’inconsistenza di una coscienza individuale rattrappita e la pressoché totale inesistenza di una solida coscienza collettiva.

Il gesto e il senso del comunicare non significano nulla senza l’apporto di una interiorità vigile e partecipe. E poiché la vita moderna (nell’esclusivo interesse delle strutture di potere, delle gerarchie più o meno occulte di una classe politica indecente) concede sempre meno spazi alla dimensione interiore dell’esistenza, urge ascoltare il richiamo delle priorità, difendersi dal frastuono di uomini e cose i cui soli requisiti sono l’invadenza, l’estraneità, l’apparenza, la transitorietà.

Vorrei che questo mio impegno sulle pagine del Guardiano servisse prima di tutto a muovere passi più sicuri e saldi verso un’idea di distinzione, di discernimento.  Beninteso che, qui al Faro, io sono soltanto il lavavetri. Per carità, nessuna falsa modestia. Anzi: ho grande considerazione del mio lavoro, sono un lavavetri d’alto bordo. Roba di lusso, insomma. Altro che parabrezza…! Dai vetri che lavo io passa la Luce che sottrae alle tenebre quello che abbiamo battezzato come mondo. È un Faro dai mille volti, una Luce dai mille nomi. Alla lettera R, Rilke e Russell li abbiamo soltanto nominati, per questa volta. Presto o tardi li ritroveremo in grande spolvero all’interno di un intero, luccicante alfabeto.   

A questo serve il Faro: a penetrare la lontananza laddove questa si fa più oscura e densa. Perciò è fondamentale che i suoi vetri siano costantemente vergini, tersi oltre ogni sospettabile trasparenza.

Tra le mie armi più efficaci, oltre al classico panno con detersivo e gomma tergivetro con spugna incorporata, non manca l’infallibile alitata seguita da strofinatura di gomito, mentre medio e anulare trattengono saldamente l’estremità della manica di camicia e il braccio accanito rimuove la macchia ostinata.

Naufraghi, pescatori dispersi, clandestini in patria, ombre, recidivi della Memoria: un vetro sgrassato sarà la nostra bandiera.                              

(novembre 2003)

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